25/02/2019
Il rischio diventa l'indifferenza
Da una parte, le lettere di compliance. Dall’altra, le misure di definizione della pace fiscale. Si tratta di una ideale fotografia di quello che, in prima battuta, potrebbe definirsi una sorta di accerchiamento del contribuente. In realtà, non è (più) così, non tanto per l’accerchiamento – quello persiste -, ma per l’esito che esso sembra sortire nei confronti dei destinatari.
Le lettere di compliance sono sostanzialmente state ideate per incentivare il contribuente all’adempimento o, comunque, alla regolarizzazione di taluni comportamenti che potrebbero risultare omissivi o irregolari. All’inizio queste lettere hanno avuto un’eco rilevante, anche perché hanno rappresentato un primo passo verso un certo mutamento nell’approccio dell’attività di controllo dell’amministrazione. Ora, invece, sembra che i destinatari ne abbiano preso le misure: se in principio, al raggiungimento della lettera, il primo pensiero correva immediatamente al ravvedimento operoso, oggi forse c’è una maggiore ponderazione del fenomeno.
Si pensi anche all’interesse che ha ricevuto il recente provvedimento delle Entrate del 15 febbraio 2019 con il quale risultano messi a disposizione del contribuente i dati in possesso dell’Agenzia anche al fine di consentire il ravvedimento operoso dello stesso contribuente: praticamente prossimo allo zero. Probabilmente ciò si deve al fatto che il contribuente e chi lo assiste risultano talmente assuefatti alla miriade di comunicazioni da parte del Fisco che non ci fanno praticamente più caso.
La filosofia sottostante dell’agire dell’amministrazione oramai è stata compresa da (quasi) tutti. Va tenuto conto che, in origine, il ravvedimento operoso aveva una sua dignità: consentiva la regolarizzazione ex post del contribuente, entro termini abbastanza ristretti, prima di qualsiasi intervento dell’amministrazione: accessi, richieste, eccetera.
Ravvedimenti per ogni cosa
Il fatto è che con la stessa legge che ha previsto la messa a disposizione del contribuente dei dati di cui dispone l’amministrazione (la legge n. 190/2014), il ravvedimento è stato consentito “per sempre e per praticamente ogni cosa”, nel senso che risulta ammesso sino ai termini di decadenza dell’azione di accertamento e anche quando il contribuente è stato raggiunto da atti del Fisco. In pratica sono soltanto due le situazioni che inibiscono il ravvedimento: la notifica dell’atto di accertamento e la comunicazione relativa al cosiddetto “avviso bonario”.
Così che è facilmente comprensibile la filosofia sottostante alle varie comunicazioni e alla nuova ampiezza del ravvedimento: quella di “accerchiare” il contribuente, di modo che questi si “auto-accerti” in pratica da solo, confidando – l’amministrazione – nel tendenziale appiattimento di molti interlocutori a qualsiasi impulso provenga dell’amministrazione stessa.
Ma, forse, la misura oggi è colma. Che senso hanno comunicazioni di ogni tipo, ravvedimenti per ogni cosa, quando poi, puntualmente, giungono misure di definizione o di “pacificazione” che dir si voglia?
Il paradosso è che il contribuente non sembra nemmeno disposto a raccogliere l’invito a utilizzare queste misure condonistiche. O, meglio, quasi tutte. Infatti, le varie forme di “rottamazione” riscuotono sempre successo, che è una conferma indiretta – visto l’ambito di applicazione – di quello che si diceva prima. Le rottamazioni contemplano, infatti, l’ultimo anello della catena delle varie sollecitazioni (a questo punto, inascoltate) del Fisco: accolgono gli atti affidati al concessionario della riscossione.
Per il resto, le misure di definizione del Dl 119/2018 – tranne forse, in taluni casi, la definizione delle liti pendenti - non pare lasceranno il segno. Forse perché si tratta in alcuni casi di una sorta di reviviscenza in peggio di alcune vecchie forme condonistiche (definizione dei Pvc) oppure perché i tempi – e gli istituti – sono cambiati (sanatoria delle irregolarità formali). O, semplicemente, perché il contribuente – come si rammentava prima – è oramai assuefatto, non ci crede più.
La migliore “medicina” per il sistema fiscale sarebbe il ripristino di una parvenza di credibilità. Altrimenti, il contribuente oramai sa che a un condono ne seguirà un altro e che a delle lettere del Fisco ne seguiranno – inesorabili - altre.
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Dario Deotto
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