20/11/2017
Registro, i nodi della norma taglia-liti

Appare quantomeno singolare il comportamento di alcuni uffici che, in questo periodo, in presenza di sequenze negoziali complesse (ad esempio: conferimento di ramo d'azienda e successiva cessione quote), emettono atti di imposizione ai fini dell'imposta di registro a distanza di pochi giorni dalla registrazione dell'ultimo atto.
È quanto viene segnalato da alcuni lettori al Sole 24 Ore, e va certamente messo in relazione alle modifiche proposte dal disegno di legge di Bilancio 2018 all'articolo 20 del Testo unico dell'imposta di registro (il Tur, Dpr 131/1986). Modifiche che vorrebbero porre un freno all'attività “riqualificatoria” degli uffici, fondata sulla presunta tesi della prevalenza dell'effetto economico su quello giuridico, nonostante il chiaro riferimento della norma agli effetti giuridici.
Il Ddl di Bilancio 2018, infatti, prevede che l'attività interpretativa degli uffici debba riguardare il singolo atto portato alla registrazione, prescindendo da elementi extratestuali e da eventuali legami con altri atti negoziali.
Il fatto è che si tratta di modifiche che potranno diventare legge solo dal 1° gennaio 2018, così che – almeno dalle segnalazioni ricevute – risulta che taluni uffici periferici stiano intensificando, prima dell'entrata in vigore della manovra, le rettifiche fondate ancora sulla valenza economica degli atti.
In ogni caso occorre comprendere l'efficacia temporale della nuova norma. Da più parti viene rappresentata la possibile valenza interpretativa – quindi, retroattiva – della stessa. Va però detto che le norme interpretative – al di là dei requisiti richiesti in ambito tributario dallo Statuto del contribuente, più volte comunque superati dalla giurisprudenza – mantengono inalterata la norma interpretata. Il quid novi risulta costituito solo dal fatto che si eliminano tutte le interpretazioni diverse da quella scelta dal legislatore.
Nel caso della norma proposta dal Ddl di Bilancio 2018, invece, risultano chiaramente introdotti degli elementi innovativi, il che porta a non ritenerla di natura interpretativa. Questo anche se nella relazione accompagnatoria viene specificato che la norma vuole «dirimere alcuni dubbi interpretativi sorti in merito alla portata applicativa dell'articolo 20», con ciò lasciando intendere una finalità chiarificatrice e non innovatrice della stessa. Peraltro, la relazione tecnica specifica ulteriormente che «trattandosi di norma di natura chiarificatrice, dalla stessa non derivano effetti in termini di gettito». Questa affermazione, però, appare paradossale, considerando che l'interpretazione che ne viene data risulta contraria all'operato, fin qui, di molti uffici, così che il gettito non può certo risultare inalterato.
Non si tratta, a dire il vero, dei soli elementi di criticità che emergono dalle relazioni di accompagnamento, per cui si è davvero dubbiosi sulle affermazioni che vi sono riportate (si veda l'articolo a destra).
Al più, si potrebbe considerare la norma proposta come “pseudo-interpretativa”, cioè norma sostanzialmente innovativa a cui il legislatore riconosce la autoqualificazione di interpretazione autentica, però occorrerebbe una diversa formulazione della stessa.
Più verosimilmente, almeno in base all'attuale testo, la norma sembra applicabile agli atti portati alla registrazione dal 1° gennaio 2018. Non pare invece praticabile la semplicistica interpretazione di norma procedimentale, come tale automaticamente retroattiva. Come già altre volte si è riportato su queste pagine, il procedimento di accertamento è un procedimento complesso, che consta di più fasi, e non tutte queste – come nel caso di introduzione di nuovi poteri istruttori per gli uffici – possono essere considerate retroattive. Con la conseguenza che non pare possa essere ritenuta automaticamente retroattiva una norma che attribuisce semplicemente delle limitazioni (lo stesso varrebbe per eventuali ampliamenti) agli uffici nell'interpretazione degli atti portati alla registrazione.
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Dario Deotto
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